Viaggio tra gli olivi di Spagna, verso Jaen

Viaggio tra gli olivi di Spagna, verso Jaen
08/06/2013 0

Le colline sono totalmente olivetate, nemmeno una casa a rompere l’armonia dei filari, solo sporadici paesi ci dicono che uomini appassionati sono lì a prendersene cura. La stanchezza viene premiata con un bacalao ai peperoni, squisito, ma lo stupore non è finito; l’olio è buono e anche amaro e piccante! Gli spagnoli – ammette l’agronomo Angela Canale – fanno anche un buon extra vergine! Chi fa il prezzo all’ingrosso dell’olio? Non è la Spagna, come vogliono farci credere

7 Maggio 2013. Partenza ore 15.30, aeroporto di Fiumicino, volo numero 6211. Destinazione: Malaga. Un appuntamento alla cieca. La voglia di partire per un viaggio era data dalla curiosità di scoprire cose nuove. Cose di olive e di olio. Ognuno di noi con il suo trolley e il suo sapere in materia di olivo. E’ un bagaglio che per amore e per passione pensiamo ci appartenga molto più che non a un altro popolo.

Molti di noi, compagni di viaggio, non si conoscono. Cominciamo a farlo attraverso le nostre storie: agronomi, olivicoltori, frantoiani, perfino archeologi. L’olivo lo portiamo tutti nel cuore.

Dall’aereo s’intuisce che una volta finito il mar Mediterraneo alla nostra vista appare un mare di olivi. Eravamo preparati, certo, ma lo stupore non manca quando con l’auto ci dirigiamo da Malaga verso Torres: 230 chilometri senza che gli olivi mai scompaiano dalla vista, nemmeno un secondo. Tutto questo ci piace, e allora è immediata l’ammirazione per i cugini spagnoli: forse loro amano l’olivo più di noi?

Le colline sono totalmente olivetate, nemmeno una casa a rompere l’armonia dei filari, solo sporadici paesi ci dicono che uomini appassionati sono lì a prendersene cura.

 

La stanchezza viene premiata con un bacalao ai peperoni, squisito, ma lo stupore non è finito; l’olio è buono e anche amaro e piccante! Questi spagnoli fanno anche un buon olio!

Alle 8 della mattina seguente colazione con pane, pomodoro, sale e olio, e si parte, direzione Jaen, Expoliva. Appena saliti in auto ricomincia lo stupore: olivi, olivi, olivi, solo olivi.

Abbiamo voglia di arrivare, ma interrompiamo il viaggio per scattare qualche foto. Il paesaggio a occhi inesperti potrebbe sembrare uguale e monotono, ma noi cogliamo la diversità delle singole piante, in ognuna troviamo qualcosa d’interessante e di unico. Arrivati in fiera i protagonisti cambiano, senza alcun dubbio sono gli immensi estrattori a catturare la nostra attenzione. Indovinate un po’. Quello più grande lo ha costruito una ditta cinese – e qui lo stupore viene meno.

Con orgoglio, visitiamo diversi stand di aziende italiane. Le nostre tecnologie continuano a stupire, e qui proviamo ammirazione per la nostra industria; ma l’ammirazione in altre occasioni si trasforma in critico odio: quando è l’industria a confezionare olio, non ci piace più… Diventa un concorrente scorretto, un competitor che usa il nome dell’Italia ma non onora la fatica e la professionalità dei produttori.

Lo stand che più ci interessa e a cui dedichiamo ben due ore nel nostro tempo è quello che propone impianti superintensivi. Ci avviciniamo in punta di piedi, sicuri di saperne abbastanza ma desiderosi di capire cosa si nasconde dietro l’eldorado promesso. Un po’ ci dispiace sentire parlare di tecnologia spagnola. Ancora una volta noi italiani, come è successo già in passato e per altri settori, produciamo idee e tecnologie prima degli altri ma non riusciamo a fare sistema, anzi: ci attacchiamo, ci critichiamo, litighiamo… e intanto gli altri vanno avanti prendendo in mano la bandiera. A noi il rammarico, agli spagnoli l’onore di possedere tecnologia, varietà, capacità professionali nella gestione del futuro dell’olivicoltura.

Ci divertiamo a fare qualche provocazione. Perché, dopo più di quindici anni che gli spagnoli colonizzano territori olivetabili con il superintensivo, utilizzando quasi ed esclusivamente la varietà Arbequina, di cui tutti conosciamo i pochi pregi e i tanti difetti, oggi ci raccontano che l”Arbosana è la migliore varietà sia sotto il profilo agronomico–produttivo che della qualità dell’olio? Le risposte sono vaghe, poco precise, ma soprattutto poco convincenti. Allora proviamo a fare con loro due conti. Prendendo a riferimento il prezzo dell’olio all’ingrosso di questo ultimo anno, cerchiamo di capire quanto costa un chilo di olio prodotto con un impianto superintensivo. Il margine di guadagno è minimo. Sarà troppo basso il prezzo all’ingrosso o il costo di produzione è ancora troppo alto per onorare questa coltura? Il superintensivo stando così le cose ancora non rende giustizia!

E infine, quando chiediamo il perché del mettere 2 mila piante per ettaro, ci sentiamo rispondere che il sesto migliore, al di là delle specifiche condizioni di pendenza ed esposizione del terreno, è il 4 x 2 metri, 1200 piante per ettaro, come il Cnr di Perugia proponeva già nel 1991, molto prima degli spagnoli, quando la prima varietà ad accrescimento contenuto era già costituita, brevettata e immessa sul mercato.

Chiediamo approfondimenti sulle tecniche di potatura e anche qui le risposte sono abbastanza incerte. Dove noi siamo sicuri che si può gestire meccanicamente, loro elaborano tecniche complicate difficilmente trasferibili! Ci parlano di impianti chiavi in mano. Assicurano che si occupano della gestione di tutto per l’intero ciclo produttivo. E allora, proviamo a tirare le somme?

Il risultato è: il produttore-imprenditore-finanziatore mette il terreno, paga il costo di impianto, paga il costo di gestione e alla fine vende l”olio. Qui non abbiamo ancora ben capito a che prezzo e con quale margine di guadagno, ma forse questa e un’altra storia.

Qualcuno del gruppo mi fa notare che sono stata un po’ dura nelle domande, e forse aveva ragione; ma dopo aver vissuto in prima persona la storia del superintensivo italiano, tutto questo mi fa rabbia e allo stesso tempo mi addolora. Forse non sarà la soluzione giusta per la maggior parte delle aziende olivicole, ma sicuramente può essere una valida alternativa a colture oggi ormai fallimentari. E in Italia ne abbiamo tante, purtroppo. Ne abbiamo troppe. Nessuna coltura nella storia dell’ uomo è stata più amata dell’olivo e allo stesso tempo, da noi, più trascurata sotto il profilo dell’innovazione tecnologica applicata alla coltivazione. Questa innovazione, se ben gestita, potrebbe rappresentare sicuramente la continuità verso il futuro. Una speranza.

Lo stupore e l”ammirazione sono però ancora rivolti a tutti quegli olivi che ci corrono incontro, ovunque andiamo. E il terzo giorno scendiamo in campo, cominciamo a camminare tra quegli alberi maestosi e già ricchi di fiori. La nostra attenzione è rivolta al sistema di potatura: non ci spieghiamo come utilizzino una sola regola semplicissima, rinnovo delle branche principali ogni due anni con tagli semplici e veloci. Concordiamo tutti che è ciò che ci differenzia nella gestione dell’olivicoltura tradizionale. Dove da noi applicano tecniche elaborate e precise di potatura manuale, loro usano tagli semplici e poco ragionati. Sicuramente ambiente e varietà si prestano, ma è altrettanto vero che le potature semplici mantengono l’equilibrio vegeto-produttivo della pianta, che risponderà sempre con costante e buone produzioni.

 

Il nostro albergo è a Torres, un micro paese arroccato a 900 metri di altitudine, dove oltre il re olivo si coltiva il principe ciliegio. Proviamo un po’ d’invidia alla vista di quel paesaggio e ci impossessiamo anche noi di quell’orgoglio che la gente del posto ostenta spavalda, quando ci osserva mentre ammiriamo e fotografiamo forse la più grande opera di gestione del territorio mai fatta dall’uomo, un’intera regione come l’Andalusia completamente coltivata da una sola specie e da una sola varietà. Tutto appare armoniosamente perfetto. Forse la grandiosità dell’opera sta proprio nella protezione e nel controllo che si è fatto di queste colline attraverso la coltivazione di una sola pianta.

Mentre ci inebriamo di olivi ci accorgiamo che amiamo sempre più i nostri ospiti spagnoli. Abbiamo scattato 1800 foto, ora abbiamo il tempo di andare a visitare una cooperativa, quella di Sant’Isabell all’interno del comprensorio di Sierra Magina. Non è una cooperativa molto grande: 650 soci, con 4000 ettari di oliveti, producono circa 2000 tonnellate di olio l’anno. Ci colpiscono subito due cose.

La prima è che iniziano la raccolta in dicembre e proseguono fino a gennaio-febbraio, hanno bisogno di rese alte per abbassare il costo di produzione e arrivano a circa il 24 %.

La seconda cosa è che assaggiando l’olio percepiamo, nonostante la maturazione avanzata delle olive, l’amaro e il piccante.

Proviamo a fare due conti: il prezzo dell’ olio è uguale al suo costo e non rimane che accontentarsi del premio della Pac di circa mille euro per ettaro. Allora, in Spagna come in Italia, si fatica a parlare di valore aggiunto per l’olio. Altra dura verità è che il prezzo dell’extra vergine supera di pochi centesimi quello del lampante… E allora chi fa il prezzo all’ingrosso dell’olio?

Non è la Spagna, come vogliono farci credere, ma sono le due cooperative, forse multinazionali, che sono le uniche a ritirare l’olio. Decidono loro quanto pagarlo, mettendo in difficoltà il 60 % dei produttori di tutto il mondo, quelli di Italia e di Spagna. Sono leggi di libero mercato o è l’eterno ricatto che viene fatto a produttori sempre più vittime del sistema?

Senza renderci conto abbiamo parlato per più di due ore con Josè, il responsabile della cooperativa, cercando di capire quello che già ci era chiaro: il prezzo all’ingrosso di circa 2,50 euro al chilo non riesce a coprire i costi di produzione nemmeno dell’olio spagnolo, dove 7 sono i minuti di potatura a pianta, dove le infestanti vengono distrutte distribuendo glifosate a un basso prezzo concordato con la Monsanto, dove si fanno solo concimazioni fogliari riducendo al massimo il quantitativo di azoto, dove le produzioni sono abbondanti tranne in annate particolari, dove il costo della manodopera è del 30 % più basso che in Italia, dove le rese in olio sono del 20 – 24 % e dove il costo della molenda non supera i 4 euro/quintale olive.

Prima di salutarci Josè ci regala una bottiglia di olio, ha la forma di un cuore e anche noi gli regaliamo un cuore, tutto verde, che rappresenta l’olio che produciamo noi. Nonostante le differenze ci sentiamo un unico popolo che attraverso il cuore riesce a parlarsi con l’olio e l’olivo.

Contenti dell’ospitalità ricevuta, ma con un velo di tristezza, partiamo per Granada, i giardini della Alhambra ci aspettano.

Prima di arrivare nel palazzo del Generalife attraversiamo una città europea, ci sentiamo terribilmente a nostro agio. Questa Spagna ci sta piacendo sempre di più.

Per cena torniamo a Torres, un simpatico Miguel ci ha preparato una paella tutta per noi e non solo… Tutto rigorosamente condito con il loro prezioso olio. Ci aspettava Josè e il piacere che abbiamo provato nel reincontrarci dichiarava accettata la nostra amicizia. Il dialogo che al mattino avevamo cominciato proseguiva mangiando e raccontando storie, quelle di un tempo, quelle di oggi, quelle che ci fanno sentire più uniti che mai, e che pur parlando lingue diverse ci dicono che il percorso che ci attende possiamo farlo soltanto se ci uniamo in un unico popolo, quello dell’olivo.

Angela Canale