La vigna sulla spiaggia del mondo

La vigna sulla spiaggia del mondo
14/09/2013 0

A Vittoria, in Sicilia, occorre venire a patti con la morfologia estrema del luogo. Il che significa lavorare la vigna solo con le mani, senza macchine. Coltivare lungo una linea di costa scomparsa non è solo un ben congegnato caso del destino, ma qualcosa che lo supera, stabilendo una sorta di cortocircuito tra spazio e tempo, tra vita e fato. Lo scrittore Nicola Dal Falco racconta l’esperienza enoica di Paolo Calì

Vittoria – Volevo vederle da vicino le vigne di Paolo Calì e passeggiare sul velluto, sopra sei metri di dune preistoriche, di sabbia millenaria, mescolata a ricci e conchiglie fossili, immaginare il suono della risacca nelle pieghe di un paesaggio che ha cambiato viso, a dieci chilometri di distanza dal mare.

Coltivare lungo una linea di costa scomparsa non è solo un ben congegnato caso del destino, ma qualcosa che lo supera, stabilendo una sorta di cortocircuito tra spazio e tempo, tra vita e fato.

In contrada Salmè, la scena è come immersa in una gigantesca clessidra, dalle case (il baglio e il palmento settecenteschi, rinati in forme liberty) agli alberi (i pini ad ombrello e i millecucchi, piante antiche, fronzute e lente, cariche di coccole dolciastre che regalano micidiali proiettili per le cerbottane) ai filari (piantati nella bocca asciutta di un forno sempre acceso).

I gesti che vi si compiono, pur conservando la regolarità e l’imprevedibilità delle azioni umane, hanno un termine di paragone fuori scala (ere geologiche, una spiaggia mediterranea così antica che si mescola al ricordo della Tetide) da richiedere una tenacia pari sola allo sforzo d’immaginazione in grado di sostenerla.

La combinazione di questi due elementi, un tempo immemorabile e il suo presente, battezzano i vini, disegnati da Calì insieme a Emiliano Falsini.

 

Si coltiva a mano

Ma prima, occorre venire a patti con la morfologia estrema del luogo, il che significa lavorare la vigna solo con le mani, senza macchine, scavando lungo i filari per eliminare le radici superficiali delle viti e dissetarle costantemente.

Nei mesi estivi più caldi, a cavallo del mezzogiorno, è lo stesso proprietario a vietare l’accesso alla vigna, trasformata in una piastra rovente.

Tra l’altro, dell’impianto di irrigazione a goccia beneficia anche il brachytrupes megacephalus, un mostro in miniatura, scoperto nel 1824 proprio in Sicilia e catalogato dal naturalista francese Alexandre Louis Léfevre.

Il grillo “testone” dal canto potente, importante indicatore biologico, ha la buona abitudine di scavare gallerie, proseguendo sottoterra la sua impresa al contrario, tentando di riportare le cose ad una precedente banalità.

Questa è la zona del cerasuolo e Paolo Calì, erede di una famiglia di farmacisti di lungo corso, ha voluto trasformare i quindici ettari dell’azienda in una stanza dove mettere in pratica altre idee, a cominciare dal concetto stesso di cerasuolo.

Il suo primo vino, Manene, cerasuolo di Vittoria classico docg (60 per cento di nero d’avola e 40 per cento di frappato) è un omaggio al figlio, alla successione di sillabe dolci con cui Emanuele, da piccolo, nominava se stesso. Un rosso intenso, rotondo e fresco in bocca, in cui si succedono note di ciliegia, melograno e frutti di bosco. Vino da carni importanti e comuni come gli arrosti e la salsiccia, senza dimenticare un ospite illustre di questa terra: il caciocavallo ragusano.

 

Frappato e nero d’Avola in purezza

Messa in bottiglia la propria, limpida, versione del cerasuolo di Vittoria, Calì ha separato i due componenti (la spalla gentile e quella potente) realizzando un cento per cento di frappato di Vittoria doc, il Mandragola, e un nero d’Avola di Vittoria doc, il Violino, sempre in purezza.

È chiaro come la sfida che affascina Calì sia quella di camminare lungo un crinale, cogliendo attraverso i vini non solo l’umore ma anche le brezze che soffiano su contrada Salmé, ogni più piccolo indizio che restituisca l’essenza, il phármakon di questa porzione di spiaggia antidiluviana.

Ricordiamoci che ogni operazione di affinamento, soprattutto in campo farmaceutico, consiste nell’usare con discernimento (meditata scienza)dei principi attivi che possono essere tanto benefici quanto velenosi. Buoni o cattivi.

Mandragola, nome in tema, è un rosso dal colore brillante, ricco di carattere, ma gentile con note di ciliegia, more e gelsi. Sapido al gusto e floreale al naso, può accompagnare carni bianche grigliate o zuppe di pesce.

Violino, invece, simile per forza e languore allo strumento che funge da spina dorsale delle orchestre, mostra il lato profondo, austero, principesco della cantina.
Un rosso rubino, equilibrato, profumato di mora, susina, ciliegia, ribes, che ben si marita con carni rosse, caciocavallo e ragù di crostacei.

Partendo da qui, dall’idea che il campo può (se non deve) diventare “capoluogo di persona”, connubio di amor proprio e prodotto, ecco due altri vini che non passano inosservati: Osa e Sbajato.

Paiono due tipi un po’ mariuoli e sono, invece, due vini sorvegliatissimi, accuditi come nipoti o fidanzate.

Osa è un frappato rosato igt Sicilia, ancora in purezza, che Calì definisce «fragrante e croccante al palato, chiara espressione della varietà».

E per non essere frainteso stampa un’etichetta su cui è scritta, nero su bianco, l’avvertenza che «questo non è un vino tranquillo».

Il colore brillante fa il paio con una grande ricchezza di note fruttate: ciliegia, melograno, frutti di bosco, spezie, rosa canina, gelsomino.

Lo si potrebbe anche definire per la sua funzione di accompagnare aperitivi, antipasti di pesce e dessert. Tolti questi, è uno straordinario compagno di conversazione con se stessi o con gli altri. Un vino colloquiale, ma non salottiero, che aiuta a mettere in fila i pensieri pur conservando un innato pudore.

 

Tre amici tre + uno

Ultimo viene Sbajato che non poteva chiamarsi altrimenti per il fatto di essere nato tra amici che vivono, lavorano e sperano nella parte “babba” della Sicilia: l’antica, prospera, intraprendente contea di Modica. Così diversa dalla parte “sperta”, occidentale dell’Isola, da sbagliare apposta, da continuare a fare qualcosa di diverso che è giusto e perciò sbagliato.

Insieme a Paolo Calì, Ciccio Sultano e Valerio Capriotti hanno scelto, con l’aiuto dell’enologo Emiliano Falsini, di “sbagliare” le proporzioni del cerasuolo, pur rimanendo entro i limiti del disciplinare, rendendolo più vibrante, dolcemente vibrante e facendone un vino senza orari.

Sapidità e gentilezza fuse al punto di tenere alta l’attenzione, di calibrare il fascino, di non bruciare in un attimo tutta l’opera di seduzione.

Sbajato, vino del ristorante Duomo di Ragusa, è stato tutto imbottigliato in 331 magnum.

Nicola Dal Falco

 

 

Azienda agricola Paolo Calì, contrada Salmè, strada provinciale Vittoria-Pedalino km 2 – Vittoria (RG)tel. e fax: 0932. 510082; info@vinicali.it.