Contro il gatto (l’aglio) e la volpe (la cipolla)

Contro il gatto (l’aglio) e la volpe (la cipolla)
10/08/2013 0

Nella storia dello chef Filippo La Mantia, raccontata dallo scrittore Nicola dal Falco, entra in scena la strana coppia. Nessuno li ferma. Il gatto e volpe coprono un bisogno, ingannano, trasformano il certo nell’incerto. Così, aglio e cipolla galvanizzano con il loro aroma odorato e gusto, tradendo la bellezza, forse un po’ ingenua, di tutti gli altri sapori

Come si legge una ricetta? Salmodiando gli ingredienti in un canto gregoriano o recitando la preparazione quasi fosse un monologo? Nel nostro caso, le due strade porterebbero comunque alla medesima conclusione: manca qualcosa?

Qualcosa di sottinteso, di ovvio, di premeditato. Allora tocca ricominciare e scaldando la voce sillabare ingredienti e preparazione. Ma, non c’è verso, l’errore tipografico ha addirittura cancellato aglio e cipolla.

Nella storia di Filippo La Mantia sono quei due là, vestiti di cenci e raggiri, gatto e volpe, personificazione della notte assassina e dei meriggi d’incubo.

Viaggiano al centro del marciapiedi, urtando con maestria la gente, te li ritrovi sulle scale, nei cinema, nel sorriso di amici e donne di rovinosa bellezza.
Nessuno li ferma, perché sembrano congeniali alla scena del mondo, sono la tentazione di far presto e male, di impiccare ad una albero le buone intenzioni, semplificando amore e paura.

Amore per la vita e paura della fame.

 

Una giubba preziosa voleva Pinocchio per il suo babbino – tutti i doni dell’orto, la grazia della tavola, il sapore dell’affetto – e invece, sepolti sotto terra, in un puzzo di zolfo, gli zecchini si sono volatilizzati.
In definitiva, gatto e volpe coprono un bisogno, ingannano, trasformano il certo nell’incerto, moneta sonante in un campo di miracoli.

Così, aglio e cipolla galvanizzano con il loro aroma odorato e gusto, tradendo la bellezza, forse un po’ ingenua, di tutti gli altri sapori.

Agli antri in cui pendono trecce d’aglio e cipolle come cartucciere, Filippo oppone idealmente il profumo dei campi e dei fossi, al rituale scaramantico delle radici il viaggio in moto.
L’ho incrociato in uno di questi vagabondaggi e proprio in Sicilia.
Sembrava spaesato, intontito dall’aria greve e fine dei luoghi natali come se qualcosa lo tenesse costantemente in guardia, sovrappensiero. Ho riconosciuto il ramingo che ha messo la casa sulle spalle, tutti i ricordi, morso ogni istante dal desiderio del ritorno.
Spinta di per sé inspiegabile se non avverti, altrettanto forte, l’invito al viaggio.

Mentre i due bulbi sono l’Ade, l’oltre-tomba, il pesto agli agrumi con cui il cuoco ha esiliato dalla sua cucina la coppia infernale rappresenta il sogno del giardino perduto, situato solo un po’ più in là o in qua, l’approdo all’isola per antonomasia, regno spirituale dove l’anima purificandosi si riposa. Anche gli altri ingredienti della ricetta mandano messaggi subliminali: le mandorle, soprattutto, che, liberate dal guscio, simboleggiano la fine del cammino e il basilico che in Sicilia protegge la culla dei neonati e sigilla l’amore ricambiato.

Per i capperi, che nidificano come uccelli, più del frutto vale, forse, il fiore sognante e lubrico.

Ecco, allora, come un uomo possa irridere la storia della cucina e cantare un altro canto, dando alle cose, ai frutti un significato che li trascende, privilegiando della terra dove è nato il lato che più lo tranquillizza.

Gioisci delle arance che raccogli/ dalla loro presenza viene gioia./ Oh, siano benvenute/ queste guance dei rami/ benvenute le stelle di quest’albero./ Si direbbe che il cielo abbia versato oro/ e che per noi la terra abbia forgiato pomi: scrive Abd Al-Azîz Al-Ballanûbî.

Il cielo sopra e il mare intorno insieme riusciranno forse a lenire il cuore in subbuglio, la terra ribollente.

Ah! se il destino dell’onda potesse cambiare… domanda ancora Abd Al-Rahmân Al Trabanishi, altro poeta arabo-siciliano.

O, forse, chissà questo odio cruento per l’aglio e la cipolla risponde ad una più radicale indisciplina, al rifiuto della divisa, fa tornare in mente l’espediente che i caporali sardo piemontesi escogitarono per il nuovo esercito unitario e obbligatorio, legando alle gambe dei cafoni aglio e cipolla, in modo da mandarli al passo per il resto della vita.

Nicola Dal Falco

 


Il testo, “Contro il gatto (l’aglio) e la volpe (la cipolla)”, pubblicato nel volume Oste e Cuoco, edizioni Fabbri, lo riportiamo per gentile concessione dell’autore